Quattro nodi culturali al pettine dell’epidemia. Di Don Marco Begato

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L’analisi della reazione alla questione epidemiologica prima e profilattica poi (i vaccini sono profilassi e non cura, di cure curiosamente si continua a non voler parlare) è particolarmente interessante. Al di là delle questioni specifiche inerenti al dibattito medico-scientifico, piuttosto riconducibile all’ennesimo caso politico (sulla scia dei precedenti illustri, da Galilei a Einstein), la situazione ci permette di riflettere su alcune parole talismaniche e di fare una opportuna diagnosi della deriva culturale contemporanea in senso lato. Tenterò un simile approccio con riferimento a quattro topoi antichi e sempre nuovi:

  1. L’imperativo della carità
  2. Il dovere della solidarietà
  3. Il sacrificio della gioventù
  4. La necessità del compromesso

L’imperativo della carità

Si è fatto e si fa un gran parlare di carità. In nome della carità negli ultimi mesi abbiamo legittimato la manipolazione del Corpo di Cristo prima, e l’immolazione del corpo sociale poi. Nel primo come nel secondo caso bisogna però resistere ed insistere su di una greve critica all’abuso del concetto e del valore della carità. Anzitutto, fuori da una cornice di senso cristiana non ha alcun peso appellarsi a tale espressione: su che fondamento i non cristiani intendono, anelano e pretendono carità? All’interno della visione cristiana, poi, il riferimento alla carità vale solo iuxta propria principia: essa è la forma di amore che Dio ha rivelato, quale motore e stato trascendente, che invera l’esperienza umana, ma che da essa non può mai essere compresa se non per via di Rivelazione e Grazia. In sintesi: la carità non è nulla di umano e tendenzialmente gli uomini faticano a comprenderla e tanto più a viverla.

Lascia dunque una certa impressione vedere masse di popolo, cristiano e non, far perno sulla pretesa carità e sprezzantemente giudicare coloro che, putacaso, si rifiutano di farsi iniettare in nome della carità. In prima battuta, mi risulta difficile che la massa fiuti e segua compatta l’appello dell’autentica carità; in secondo luogo, la carità, vertice dell’umanità, si ottiene e si vive nella libertà e non nel ricatto o nella costrizione; in terzo luogo – e l’esempio sarà il più banale, ma è il più stringente – l’odio, il rancore, la cafonaggine con cui la propaganda pro-vax ha avviato la sua caccia ai no-vax, dimostrano che non vi è neppure l’ombra di carità nell’agire di quelle schiere e quindi il loro richiamo è falso.

Se deve esserci uno sforzo di carità che si rivolge al mondo contemporaneo esso va in due direzioni: verso Dio, riscoprendo e accettando la relatività della propria esistenza e il senso della stessa in riferimento all’ineluttabile e salvifico appuntamento con la morte, sì da abbandonare le condotte anti-epidemiologiche ispirate solo a paura e disperazione; verso il prossimo, testimoniando e costruendo una socialità dell’accoglienza, che non giudica e non diffonde odio, ma attende e rispetta e ama finanche coloro che fanno scelte percepite come potenzialmente nocive per il soggetto e per la comunità.

Avviene giustappunto il contrario, ut in pluribus, si maledice la morte, si fugge la religione nel disperato tentativo di ottenere benessere dalla Sanità, si odia il prossimo e lo si perseguita, si fa lega solo coi propri simili: “non fanno così anche i pubblicani?” (Mt 5,46)

Il dovere della solidarietà

Un secondo mantra, forse più frainteso che abusato, è il dovere di fare scelte sociali in nome della solidarietà. E questa è finalmente presentata come un valore assoluto e, direi, un fine a sé stante. Vale riflettere sull’effettiva portata di un simile termine e a tal scopo tornano puntuali le parole usate dal prof. Massimo Viglione in altri contesti:

“L’obbedienza – e questo è un errore che trova le sue radici profonde anche nella Chiesa del preconcilio, occorre dirlo – non è un fine. È un mezzo di santificazione. Pertanto, non è un valore assoluto, bensì strumentale. È valore positivo, positivissimo, se finalizzata a Dio. Ma se si obbedisce a Satana, ai suoi servi, all’errore, all’apostasia, non è più un bene, bensì è una voluta partecipazione al male. Come la pace, esattamente. La pace – divinità della sovversione odierna – non è un fine, ma uno strumento del Bene e del Giusto, se finalizzata a creare una società buona e giusta. Se finalizzata a creare o a favorire una società satanica, maligna, errata, sovversiva, allora la “pace” diventa strumento dell’inferno”. (https://www.aldomariavalli.it/2021/07/21/lodio-contro-la-messa-di-sempre-e-la-questione-dellobbedienza/amp/)

La solidarietà non è un fine, ma un mezzo. Più puntualmente, la solidarietà non è un valore, ma un principio. Così ci mostra lo stesso Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa, che illustra e distingue quattro principi del sociale (dignità della persona umana, bene comune, sussidiarietà e, appunto, solidarietà) e quattro valori (verità, libertà, giustizia e carità).

La solidarietà è un principio di vita sociale, è cioè necessaria a costituire un gruppo. Senza solidarietà, senza quello sforzo a considerarsi e a legarsi come le particelle di un solido, gli individui restano confinati nel proprio tribalismo e non ascendono allo stato di comunità. Ma questo non significa che la solidarietà sia buona di per sé. Un branco di stupratori, un clan mafioso, una legione di demoni è solidale, ma lo è nel costituire una comunità malvagia. La solidarietà, mista al vizio, è il cemento (debole, ma pur tale) delle cosiddette strutture di peccato.

Che dunque? Come insegna il Compendio della DSC (n. 197), i principi costitutivi della società devono essere assunti secondo i valori già elencati. Il dovere della solidarietà vale dunque solo in congiunzione con l’impegno per la verità, la libertà, la giustizia e la carità.

Ma cosa resta dei valori citati, nel contesto attuale? Quanto alla carità, si è già detto. Degli altri tre si sta facendo scempio da mesi. La verità sull’epidemia è vietata, con censura del dibattito scientifico e predominio propagandistico-mediatico del discorso. La libertà è minata tra DPI, lockdown e greenpass, che non a caso stanno suscitando in tutto il mondo sollevazioni, class action e denunce a vari livelli (non esclusi i pronunciamenti di parlamentari, senatori e corti costituzionali). La giustizia è mortificata, e non spenderò ulteriori esempi.

A ciò si aggiunga, come ricorda magistralmente il Compendio di DSC (n. 193), che la solidarietà può essere vissuta in più modi: come sentimento vago o come virtù robusta e disposizione tenace. Il primo modo si accompagna a posizioni emotive e può convivere con l’abrasione dei valori; il secondo invece necessita di alimentarsi al mondo spirituale del bene e non tollera compromesso alcuno con la malizia.

Fraintendere tutto questo, porta a eccessi solo apparentemente assurdi, e in realtà perfettamente coerenti con il ragionamento fin qui presentato. Ne è esempio sempre vivo il celeberrimo e visionario editoriale di Sergio Quinzio, in anni non sospetti: “Il più strano e incredibile, per i nostri criteri consueti, è il fatto che la morte finisca per acquistare quel significato positivo che la vita ha largamente perduto. Fra gli omosessuali di San Francisco, darsi a vicenda la morte è l’ultima forma possibile di solidarietà. O vogliamo dire senz’altro di carità?” (S. Quinzio, Il suicidio sessuale. L’ultima forma possibile di carità, Il Corriere della Sera, 13 dicembre 1993, https://web.archive.org/web/20151105182518/http:/archiviostorico.corriere.it/1993/dicembre/13/suicidio_sessuale_ultima_forma_possibile_co_0_93121314971.shtml)

Qui addirittura torna il riferimento abusivo alla carità. Noto solo di striscio, e lascio al lettore di collegare i puntini, come anche la propaganda pansessualista sia stata comodamente edificata negli ultimi trent’anni su presupposti distorti, eppur convincenti.

Come vedete, non stiamo semplicemente disquisendo circa l’opportunità di certune politiche sanitarie, ma stiamo operando un discernimento a partire dalla situazione corrente: al fine di cogliere più profondamente e per tempo quali siano le linee di pensiero, i principi, i valori, i fini che guidano o che potrebbero finire per guidare la società nei prossimi anni; e, per contro, al fine di contrapporvi da subito una rilettura provatamente cattolica come trincea di resistenza, ma anche come fonte di rigenerazione esistenziale personale.

Il sacrificio della gioventù

Un terzo proclama che si è diffuso viepiù nell’estate 2020 – almeno qui in Europa – è l’appello a vaccinare i giovani, nonostante la loro sostanziale estraneità ai rischi epidemiologici, nonostante le più tradizionali e prudenziali prassi della pediatria, nonostante i pericoli e le avversità che verranno potenzialmente da tale manovra. Ricordiamoci sempre che parliamo di vaccini sperimentali, di nuova generazione, di cui non si sa nulla. Culturalmente parlando, come si giustifica una scelta tanto audace, tale da esporre al pericolo la porzione più preziosa della società, quella che ne garantisce il futuro? In quali altre occasioni abbiamo assistito a un simile sbilanciamento? In caso di guerra, certo, ma è un po’ forte ritenere di essere realmente in guerra, checché linguaggi e figure militari si moltiplichino nella prassi politica di gestione del fenomeno (dal generale Figliuolo, all’”esercito” no-vax cui dare la “caccia”). Vi è un’altra tradizione che non disdegna di sacrificare i giovani e mi è tornata in mente nel leggere le dichiarazioni di S.E. il card. Zen nell’anniversario di Piazza Tienanmen (4 giugno):

“Se gli uomini al vertice, dopo 32 anni, non ascoltano ancora la voce del popolo, perché noi non dovremmo temere che ritengano ancora giusto, nel nome di un cosiddetto “interesse generale”, uccidere giovani innocenti che amano il loro Paese? Allora, il 4 giugno, la tragedia non sta lentamente allontanandosi da noi, piuttosto sta, gradualmente, palesandosi di nuovo ai nostri occhi”. (https://www.vanthuanobservatory.org/omelia-del-cardinale-joseph-zen-nella-messa-per-ricordare-le-vittime-di-piazza-tienanmen/)

Il cardinale denuncia un partito – quello comunista cinese – che fino ad oggi non ha voluto ascoltare il popolo e che ha da sempre ritenuto plausibile la violenza e il sacrificio di giovani innocenti in nome di un “interesse generale” del Paese. Tale atteggiamento è coerente con la visione hegeliana e marxista, un collettivismo che non riconosce il valore del singolo, che reputa necessari interventi negativi (non escluso l’omicidio) come momento dialettico della storia, che colloca alla base della politica un’idea cristallizzata e non il bene dei cittadini, e che proprio per questo non si ferma ad ascoltare il popolo, traendo ispirazione solo dagli oracoli dei propri ideologi al potere.

E noi non stiamo forse agendo allo stesso modo? Ci disinteressiamo dei singoli, particolarmente dei giovani, così come del buon senso e degli studi scientifici classici – i quali scoraggiano una vaccinazione ad experimentum su giovani sani. Sottomettiamo a prezzo di vituperi e ricatti le persone a un diktat amministrato dall’alto, secondo l’autorità non di medici liberi, ma di militari e politici al limite della gestione anti-democratica. Ecco dunque che la visione post-hegeliana e post-marxista, declinata non più in termini militari, nazionalistici o economici, ma in termini bio-tecnologici, diventa pane quotidiano e voce unica nel mainstream media come nei discorsi dell’uomo comune. Un ragionare idealista e collettivista tiene ormai la regia del dibattito (anche qui, mi sia lecito un cenno fugace al legame che abbraccia tale prospettiva con le sue più recenti espressioni in ambito LGBTQI). Certo, stupisce che soggetti affatto lontani da un simile sguardo – per esempio i cattolici – possano arrivare a condividere e replicare simili orizzonti concettuali.

La necessità del compromesso

L’ultima annotazione concerne un certo modo di rileggere la cooperazione al male e il compromesso, quali fasi ineludibili dell’esistenza umana.

In tale panorama si è mosso il commento del prof. Seifert, un filosofo che ho sempre molto stimato, ma del quale non posso condividere l’esito dell’ultimo intervento.

Le dichiarazioni che muove attorno alla storia della salvezza e al mistero della Croce mi paiono ambigue e pericolose.

“Dio ha usato l’adulterio e l’omicidio del re Davide per generare il lignaggio umano di Cristo; e ha usato l’orribile peccato dell’assassinio dell’Uomo-Dio per redimerci. Non c’è crimine più grande dell’uccisione di Gesù Cristo, e non c’è beneficio più grande per l’umanità di quello che la Sua Passione e morte hanno operato per noi. La carne e il sangue del nostro Signore crocifisso traggono certamente il massimo beneficio dal più atroce di tutti i crimini. E sebbene Cristo sia morto per i nostri peccati, e lo ha fatto volontariamente, si è servito di crimini atroci per farlo”. (https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/intervento-del-filosofo-josef-seifert-sulla-liceita-della-vaccinazione/)

Personalmente non penso di beneficiare della morte del Signore, bensì della sua oblazione amorosa, così radicale e universale da vincere ogni male, anche quello della morte. Anche l’idea che Dio usi il male, stona. Non è forse più sicuro e più tradizionale riconoscere che Dio tollera il male, nella misura in cui può trarne del bene? Qui invece il filosofo sembra asserire che Dio usa volutamente il male per avere del bene.

Senz’altro aggiungere: reputo complessivamente adeguata la risposta presentata a Seifert da un sacerdote sulle pagine di Renovatio21 (https://www.renovatio21.com/aberrazioni-dottrinali-e-latente-blasfemia-un-sacerdote-cattolico-risponde-alle-parole-di-josef-seifert/).

Io, più generalmente, mi chiedo se in tale articolo non abbia fatto capolino una punta di gnosticismo. Il male come prezzo necessario del bene. Il male come dazio inevitabile dei buoni. La crocifissione come male salvifico, in quanto carneficina. Reputo l’autore troppo colto per cadere apertamente in simili traveggole, ma la retorica giustificazionista del suo articolo ne fa temere almeno un ammiccamento.

E probabilmente il punto debole del discorso – non solo in Seifert – è proprio il nodo giustificazionista: se il compito è giustificare a tutti i costi, allora diverremo inclini a giustificare il male in ogni situazione, fino a giustificare non dico la necessità ma almeno l’opportunità del male a fin di bene. Personalmente resto dell’idea di condannare il male ovunque si presenti. E se pure in certi contesti le strutture di male hanno preso piede in modo umanamente invincibile, questo non ci autorizza a cedere le armi e ad accettare qualsiasi compromesso. In tale ottica lo scandalo suscitato dai vaccini anti-Covid, lungi dal dover essere dipinto come rigorismo ipocrita, era l’occasione per rimettere sul tavolo una questione scottante, sensibilizzare finalmente le masse, attivare processi graduali di controtendenza al male, risvegliare le coscienze dell’uomo contemporaneo, difendere una posizione di bene. Che poi, siamo sicuri che il compromesso con tali vaccini equivalga a una coerenza etica (es. come accettiamo l’insulina, così accettiamo i vaccini anti-Covid) in fondo tale da omologarsi a uno status quo (es. ormai tutti usano alcune linee cellulari e sono e saranno sempre più o meno quelle, legate a un numero comunque basso di aborti) e non rappresenti invece l’apertura a un inasprimento dell’immoralità in ambito scientifico?  Domanda già posta altrove.

Conclusione

I quattro nodi raccolti mostrano altrettanti livelli del pubblico discorso in cui evidentemente si sta facendo un pasticcio di termini, senza chiarirsi sui significati che essi davvero vogliono esprimere, e in particolare sui principi e gli orizzonti di riferimento in cui andrebbero collocati per essere realmente compresi e valutati. Emerge l’inclinazione a un certo nominalismo (la carità invocata, ma di fatto confusa e barattata con altri concetti e realtà affatto distanti da quella); funzionalismo (principi utilizzati a monte della loro interazione coi valori); idealismo (collettivismo ideologico che si alimenta del sacrificio degli individui); gnosticismo (il dovere di purificarsi passando attraverso le fasi di un male epocale).

La facilità con cui i cattolici (e non solo loro) saltano da un’argomentazione all’altra, vestendo e svestendo con agilità punti di vista fin incompatibili con la Verità del Vangelo è preoccupante. Essa dice però non di una malizia o di un tradimento, ma di una ignoranza e inconsistenza che lascia i nostri correligionari nella posizione di chi nemmeno si accorge cristianamente degli accadimenti, né in ogni caso saprebbe come contrapporvisi. Anni di lacune nell’istruzione dogmatica e un lustro e mezzo di confusione sistematica, generatrice di dubia, hanno prodotto gli esiti descritti. Il colpo di grazia è venuto da una pressione politica di inaudita efferatezza, tale da piegare anche alcuni dei più solidi autori.

Il tutto conferma quanto ho già anticipato in articoli di un anno fa: la testimonianza della verità cristiana si fa sempre più difficile e facilmente si avvicina il momento in cui essa sarà espressa più con la resistenza attestante della vita che con il dialogo e la parola.

Don Marco Begato

 

INTERVENTI PRECEDENDI SULL’ARGOMENTO:

“La campagna vaccinale e la cultura cattolica. Bilancio negativo in modo quasi assoluto”  QUI

“Sulla Nota vaticana sui vaccini anti-Covid”  QUI

“Vaccini e divisioni nel mondo tradizionalista” QUI