Sacerdos alter Christus. I ricordi e le riflessioni di Mons. Crepaldi nel 50mo Anniversario di sacerdozio. Di Samuele Cecotti

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Il 17 luglio 1971, nella chiesa parrocchiale di Villadose, il vescovo di Adria-Rovigo Giovanni Mocellini ordinava presbitero don Giampaolo Crepaldi, il 17 luglio 2021 l’arcivescovo Giampaolo Crepaldi celebrerà, nella cattedrale tergestina di San Giusto, il 50° anniversario di ordinazione sacerdotale.

Da mezzo secolo il nostro Vescovo serve il Signore come Sacerdote. Un così importante traguardo è anche l’occasione per un bilancio e una riflessione sulla propria vita e il proprio ministero, sul Sacerdozio e sulla Chiesa, sull’essere preti in questi nostri anni. L’intervista che l’Arcivescovo ci ha concesso – e di ciò lo ringraziamo di cuore – è anche l’occasione per conoscere meglio la storia e l’animo del nostro Pastore.

Eccellenza, ci farebbe piacere conoscere un po’ della sua vita giovanile. Ci potrebbe parlare della sua famiglia e degli anni dell’infanzia? Che bambino era Giampaolo Crepaldi? Quali ricordi ha più cari o più indelebilmente inscritti nella memoria?

  1. Non voglio autoincensarmi, ma credo di essere stato un bambino bravo e buono, che aveva nella famiglia, nella scuola e nella parrocchia il suo habitat naturale. Erano questi i riferimenti vitali per un bambino di allora, come vede molto diversi da quelli odierni quando, molto spesso, i bambini devono fare i conti con famiglie disgregate o in difficoltà e con istituzioni formative, come la scuola o la parrocchia, soprafatte dall’uso intensivo, fin dalla più tenera età, di strumenti  tecnologici e informatici che alimentano una relazionalità più virtuale che reale.

È nell’infanzia che matura la vocazione al Sacerdozio? A che età ne prese coscienza? A chi ne parlò per la prima volta?

  1. La mia vocazione nacque in parrocchia, soprattutto per l’ammirazione che provavo per il mio parroco, mons. Luigi Maragno, che era un sacerdote di illuminata vita spirituale, generoso e capace di un singolare dinamismo pastorale che riusciva a raggiungere e coinvolgere tutti.  Ecco, volevo diventare come lui.

La sua vocazione, Eccellenza, trovò in famiglia alimento oppure fu contrastata. I suoi genitori come accolsero il suo proposito di entrare in Seminario? Il suo parroco d’allora le fu vicino?

  1. La mia era una famiglia cattolica, dove la professione della fede era un dato, possiamo dire, naturale che nessuno metteva in discussione o contestava, anche se a livello di pratica religiosa c’era qualche distinguo: mia madre era fedelissima ai suoi doveri religiosi come la Santa Messa alla domenica o la recita quotidiana del rosario, mio padre un po’ meno. Quando annunciai ai miei genitori l’intenzione di andare in seminario ricevetti un bel sì da mia madre e un bel no da mio padre. Questa situazione, oggettivamente difficile, si risolse perché, supportato dal parroco, non cedetti di un millimetro nella mia decisione. Quella mia determinazione un po’ temeraria – condita da molte lacrime: le mie, quelle di mia mamma, di mio papà e delle mie sorelle – era già nel conto dei piani del Signore.

Come avvenne il suo ingresso in Seminario? Fu una scelta facile lasciare gli affetti e le abitudini di casa per quel “nuovo mondo”? Come ricorda gli anni del Seminario?

  1. Ho ricordi vivissimi del seminario. Vi entrai quando vigeva ancora il quadro formativo tipico del Concilio di Trento e ne uscii con quello proposto dal Concilio Vaticano II. Fu una transizione complessa e tumultuosa, che, in nuce, palesava già quella che sarebbe stata poi la crisi profonda dell’istituzione stessa, delle vocazioni al sacerdozio e dei sacerdoti stessi. Non è questa l’occasione per approfondire questi difficili temi, anche se prima o poi si dovranno affrontare con un discernimento libero e responsabile. Comunque, personalmente ho ricordi bellissimi degli anni del seminario e ritorno spesso a quel tempo con gratitudine per i rettori, i superiori, i professori, i compagni di classe… In particolare, il seminario ha fatto maturare in me tre convinzioni che sono state come i pilastri che hanno sempre sostenuto il mio sacerdozio: in primo luogo, la convinzione che un prete è tale per il rapporto intimo e quotidiano che coltiva con il Signore Gesù; in secondo luogo, la convinzione che un prete è tale quando coltiva un amore sincero e grato per la Chiesa, Madre sollecita che ci nutre con il dono della Parola e dei sacramenti della salvezza; in terzo luogo, la convinzione che un prete è tale quando alimenta la necessità dell’annuncio del Vangelo per la promozione integrale dell’uomo. Il seminario fu anche altro. Solo per fare un esempio penso con gioia e nostalgia alle innumerevoli partite di calcio giocate come ala sinistra. Una volta, un avversario, in una giocata di testa, invece di colpire il pallone colpì violentemente il mio naso. Finii all’ospedale con un trauma che ridusse il mio volto a una maschera tutta nera. Vennero a trovarmi i miei genitori e mio padre se ne uscì con questa affermazione canzonatoria : “Adesso con quella faccia non puoi fare altro che il prete”. Mia madre lo redarguì ed io dovetti assistere all’ennesimo loro litigio a causa della mia vocazione.

E poi il 17 luglio del 1971 il Vescovo di Adria-Rovigo la ordinò Sacerdote. Cosa porta nel cuore di quel giorno? Che ricordi ha del suo Vescovo d’allora monsignor Mocellini?

  1. Ricordo che ero preso da un miscuglio di sentimenti: di gratitudine al Signore Gesù che mi aggregava al suo seguito; di gioia per il realizzarsi di un sogno, coltivato lungo gli anni con un alternarsi di entusiasmi e di dubbi; di chiara consapevolezza che la mia vita veniva ormai posta definitivamente su una strada nuova, ma anche insolita e inedita. Comunque la cosa che mi si rivelò quel giorno è stata la forza convincente dell’amicizia cristiana che è presente nella Chiesa: del vescovo – Mons. Mocellini, che mi ordinò, era un uomo mite e semplice, un vescovo dai tratti evangelici, quelli proposti dalle beatitudini – dei confratelli nel sacerdozio, della comunità cristiana. Capii quel giorno che il Signore mi regalava una nuova famiglia, bella e larga, anche se impegnativa.

Da 50 anni ogni giorno offre il Santo Sacrificio dell’Altare come alter Christus. Che ricordi custodisce della sua prima Santa Messa? E cosa vorrebbe dire ai preti “novelli” perché vivano eucaristicamente il proprio ministero sacerdotale?

  1. Da quella mia prima Santa Messa ho maturato la consapevolezza spirituale che un prete ha un rapporto costitutivo con il corpo di Cristo, nella sua duplice e inseparabile dimensione di Eucaristia e di Chiesa, di corpo eucaristico e di corpo ecclesiale. Capii che il mio ministero doveva coniugarsi come amoris officium, come ufficio del buon pastore, che offre la vita per le pecore e che compie con gioia, cosciente di questa meravigliosa realtà, perché ero diventatosacerdos in æternum, allora, ora e per sempre. Quello che vale per me è quello che dico ai preti novelli per preservare il carattere sacerdotale. Nel concreto: pregare molto, celebrare con devozione la Santa Messa, stare in confessionale, consolare i malati e gli afflitti; fare catechesi ai bambini e agli adulti, predicare la Parola di Dio, coltivare il dono del consiglio e la carità verso i poveri e i bisognosi.

Il 1971 si colloca nel pieno della crisi post-conciliare che si abbatté violenta anche sull’identità sacerdotale. Come ha risposto, dentro di sé, alla confusione di quegli anni per restare saldo nella fede e nella vocazione? Qual è l’identità del prete che desidera indicare e trasmettere ai molti Sacerdoti “suoi figli” da lei ordinati (tra cui anch’io)?

  1. Su questo punto ho già detto qualcosa prima. Mi preme di aggiungere questo. Sappiamo bene tutti che il Concilio di Trento seppe forgiare un’identità presbiterale che significò per la Chiesa una formidabile riforma che resse per molti secoli. Il Vaticano II, molto probabilmente, non è stato capace sul presbiterato di esprimere la stessa forza e la stessa creatività. Comunque mi pare che, pur dentro un cammino spesso incerto e faticoso, stia emergendo un dato consolante, quello di una figura di prete più ispirata dal Nuovo Testamento che da preoccupazioni ecclesiastiche, cioè una figura intesa come ministro di Cristo e amministratore dei misteri di Dio, come la chiama san Paolo (1Cor 4,1); di un uomo a servizio della santità della Chiesa e di un uomo di santità, secondo quanto scriveva san Gregorio Magno nella sua Regola pastorale: “Quel che dispensate all’esterno lo attingete alla fonte dell’amore, e amando imparate quello che annunciate insegnando”.

Questo mezzo secolo ha visto il suo lavoro prima in parrocchia a Villanova del Ghebbo, poi alla C.E.I. e in Vaticano e dal 2009 Vescovo a Trieste. Ci potrebbe donare delle “pennellate biografiche” su queste tappe della sua vita sacerdotale? E gli incontri importanti che l’anno segnata: il cardinal Ruini, il venerabile cardinale Van Thuan, san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI …

  1. Sì, ho incontrato e lavorato con queste straordinarie personalità, che erano anche dei preti prima di tutto…, con storie personali molto diverse, con personalità altrettanto diverse, ma accumunati da un grande amore per Cristo e per la Chiesa. Nei loro confronti ho un grande debito di riconoscenza per quello che mi hanno insegnato e mi hanno dato. Incontrarli è stata una grazia del Signore. Mi permetta comunque di aggiungere una cosa che mi sta a cuore. Nella mia vita sacerdotale sono state determinanti anche altre figure meno conosciute o decisamente fuori dai riflettori del riconoscimento pubblico. Mi riferisco a tutti quei cristiani esemplari che mi hanno edificato con il loro pregare, con le loro sofferenze patite per il Vangelo e la loro testimonianza indomita di fede, con il loro dare tutto a tutti per amore di Cristo. Tra questi metto molti sacerdoti, anche di Trieste. Alla fine ho capito che sono questi cristiani e questi preti che fanno andare avanti la Chiesa, che consentono di guardare con speranza e fiducia al futuro del cristianesimo.

Celebrare un così importante anniversario è anche un po’ fermarsi, fare il punto sul passato e gettare lo sguardo lontano verso il futuro per indicare un orizzonte. Vorrei concludere questa intervista chiedendole di rivolgere un suo pensiero di speranza sul futuro della Chiesa e della vita cristiana nel mondo.

  1. Le confesso che non ho alcuna propensione per i bilanci e i programmi. Sono solo un servo inutile chiamato a sgobbare nella vigna del Signore che, in questi cinquant’anni, ha imparato a lasciare il delicato capitolo dei bilanci e dei programmi al Padrone della vigna. Con questo non intendo dire che non veda e non sia preoccupato delle tante difficoltà che la Chiesa vive ad intra e ad extra. Mi consenta di chiudere questa intervista con il ricordo – per me fonte di quotidiana consolazione – dell’estrema promessa del Signore Risorto: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Con queste parole – le ultime registrate nei Vangeli – Gesù si presenta come il risuscitato dai morti che non muore più: la morte non ha più potere su di lui (cf. Rm 6,9); anzi come colui che, colmato della pienezza della divinità (cf. Col 2,9), domina e riempie di sé tutto il trascorrere degli anni fuggevoli dell’uomo. Queste parole cariche di una folgorante promessa hanno avuto la virtù di togliere dal mio animo ogni avvilimento, ogni pessimismo, ogni paura: tutto, infatti, è dono del Risorto, che non soltanto vive e regna alla destra del Padre, ma anche è continuamente con me e con la Chiesa, sua sposa, sino alla fine del mondo. E poi c’è la Madonna: in questi cinquant’anni di sacerdozio, soprattutto nei momenti difficili e complicati, sono andato da Lei, che mi ha sempre accolto come la Madre tenerissima del mio sacerdozio.

Grazie, Eccellenza! Auguri di cuore, ad multos annos!

don Samuele Cecotti