Scuola di Dottrina sociale della Chiesa per la formazione all’’impegno sociale e politico. Incontro conclusivo.

Sono molto contento di poter incontrare stasera tutti voi, che avete partecipato a questa Scuola di Dottrina sociale della Chiesa che la Diocesi ha organizzato in collaborazione con la Commissione diocesana per la pastorale sociale e l’Osservatorio Cardinale Van Thuân. Mi fa anche piacere far conoscere queste mie brevi osservazioni a quanti hanno partecipato alla Scuola a distanza e che, se vorranno, potranno vedere la registrazione di questa serata nei prossimi giorni. Saluto, anticipatamente, anche loro.

Il primo sentimento che devo esprimere è di soddisfazione. L’adesione alla nostra proposta è stata molto lusinghiera. Abbiamo avuto ben 64 iscritti a Trieste e circa 40 a distanza. Non sono cifre trascurabili. Soddisfazione anche perché ho saputo che la partecipazione è stata continuativa ed ha espresso da parte dei partecipanti un’alta motivazione. Avevamo subito detto che non si sarebbe trattato di una serie di conferenze, ma un percorso di maturazione da fare insieme in vista di un concreto impegno da cristiani nella società di oggi. Vorrei sottolineare questo “da cristiani”, perché, come avrete senz’altro compreso nei vostri incontri, la Dottrina sociale della Chiesa è “annuncio di Cristo nelle realtà temporali”. Ma non un Cristo generico, vagamente umanitario, sdolcinatamente compassionevole, non un Cristo buono per tutte le stagioni, che possa essere tirato per la tunica di qua e di là, ma il Cristo confessato dalla fede apostolica, il Cristo che si incontra nella Chiesa cattolica, il Cristo che è l’Alfa e l’Omega, Creatore e Signore della storia. Questo Cristo è all’origine della società umana, in quanto  Creatore, e ne è il Signore ultimo, in quanto Redentore. So che della Dottrina sociale della Chiesa avete maturato qui questa versione “alta” e di questo sono particolarmente contento.

Dicevo che non si è trattato di una serie di conferenze, ma di un percorso in vista di un impegno. Una volta si sarebbe parlato di “militanza”. Oggi non si usa più questa parola. Ma questo non significa che abbiamo firmato una tregua unilaterale col mondo. Anche la Chiesa è nel mondo e, purtroppo, ce ne accorgiamo quando le logiche del mondo penetrano anche in essa. Ciò, però, riguarda non tanto la Chiesa quanto gli uomini che ne fanno parte. Da questo punto di vista dobbiamo essere umili e avere sempre davanti con chiarezza che spesso noi cristiani non siamo meglio degli altri. Questo, però, non deve metterci in soggezione davanti al mondo e alle sue logiche sbagliate, ingiuste, spesso disumane e anticristiane. La dimensione mondana non è in sé il male. Il mondo è anche capace di bene, perché in esso vivono anche i Semi del Verbo, quei frammenti di verità e di virtù che ogni uomo, in quanto creato da Dio, porta con sé. Nella dimensione mondana però c’è sempre la tentazione della superbia a fare a meno di Dio o, addirittura, a contrapporglisi. Il peccato originale è una triste realtà, vinta dal Signore, ma ancora operante in noi e che richiede sorveglianza e lotta. E’ per questo che il termine “militante” è forse passato di moda, ma non può essere cestinato con troppa superficialità. La vita continua ad essere una battaglia, dentro di noi prima di tutto, perché siamo resi degni della salvezza che ci è stata meritata, ma anche fuori di noi, nella comunità degli uomini, perché essa non abbia una organizzazione che spinga sistematicamente al male e corrompa, ma sia una forma di convivenza che aiuta gli uomini a trovare la strada del bene. In questo senso tutti noi dobbiamo amare il mondo, ma non possiamo firmare tregue unilaterali col mondo.

Potremmo forse trarre qualche insegnamento sull’impegno che dovrebbe attendere chi ha partecipato a questa Prima Sessione e, come auspico, parteciperà anche alla Seconda Sessione che si terrà in autunno, da quanto è successo nei giorni scorsi. Mi riferisco alla manifestazione in piazza San Giovanni a Roma organizzata dal comitato “Difendiamo i nostri figli”. A quella manifestazione ho aderito anche io, come Vescovo e come presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân, con un comunicato che senz’altro avrete letto. Mi interessa mettere in evidenza due aspetti di quella manifestazione, per trarre delle indicazione anche per noi, anche per voi.

Dopo la manifestazione è nata una polemica sull’intervento di Kiko Arguello, fondatore del Cammino neocatecumenale. A parte gli aspetti tecnici – “troppo lunga”, “stava per piovere” e cose di questo genere che qui non interessano – la critica maggiore riguardava il fatto che egli aveva parlato di Gesù Cristo mentre la manifestazione avrebbe dovuto essere laica, solo laica. Molti hanno detto che avrebbe dovuto mantenersi laica per poter parlare a tutti. Come se Gesù Cristo non avesse parlato a tutti e si fosse trattenuto davanti ai laici di allora. Il punto è di grande importanza. Il fatto di parlare di Cristo toglie forse qualcosa al fatto di usare anche argomenti di semplice ragione, ossia argomenti, come oggi si dice, laici? Perché mai una manifestazione organizzata da cattolici non avrebbe dovuto parlare di Cristo? Forse che farlo ha impedito di difendere i bambini e la famiglia anche con altri argomenti? Anzi, la cosa si può anche rovesciare? Senza la prospettiva di Cristo siamo sicuri di poter adoperare nel modo giusto e in profondità gli argomenti di ragione, cosiddetti laici? Noi tutti facciamo questa esperienza: non siamo uomini e poi cristiani, ma l’essere cristiani è il nostro modo di essere uomini. E siamo sicuri, dentro di noi, che senza Cristo saremmo anche meno uomini. Quello che sperimentiamo in noi, vale anche, più in generale, per il rapporto tra gli argomenti razionali e laici e la prospettiva di fede cristiana. Quest’ultima non va mai nascosta, per l’idea che in questo modo non si userebbe in modo consono gli argomenti razionali perché, invece, accade proprio il contrario. Certamente, la manifestazione di piazza san Giovanni riguardava anche temi sociali, politici, legislativi. Richiedeva quindi anche interventi mirati e competenti. Riguardava però anche e soprattutto aspetti antropologici ed etici, che vanno sì affrontati con argomenti razionali ma ai quali la prospettiva religiosa fornisce una luce insostituibile.

Queste osservazioni riguardano anche voi e il vostro impegno nella società e nella politica. Esso deve essere assunto prima di tutto davanti a Cristo, sicura garanzia perché poi sia assunto anche davanti all’uomo. Questo richiede che, con prudenza ma anche con coraggio, si adoperino tutti e due i livelli, quello degli argomenti di ragione e quello degli argomenti di fede, perché per noi non sono due livelli separati, ma un’unica vocazione. Non si è uomini e poi cristiani, si è uomini-cristiani o cristiani-uomini. Quando uno si converte, e fino ad allora era vissuto solo da uomo e non da cristiano, dopo la conversione recupera tutto il suo passato, attua una specie di anamnesi, e si rende conto di quanto Cristo fosse presente anche nella sua vita precedente che lui considerava solo umana. Ciò che solitamente noi chiamiamo “umano” è in realtà reso possibile da Cristo.

Un secondo spunto che possiamo valorizzare della manifestazione di sabato scorso è che i commentatori hanno messo in evidenza come a partire siano stati i laici, autonomamente. Ed è vero, nella sostanza. Non che non ci siano stati, nella fase preparatoria, incontri degli organizzatori con esponenti della gerarchia ecclesiastica e la manifestazione sia stata organizzata nell’oscurità. Però è stato evidente che, a parte qualche adesione di singoli vescovi, non c’è stata una presa di posizione della CEI in quanto tale. Come giudicare questo fatto? Io lo giudicherei positivamente, ma con qualche precisazione. Queste precisazioni possono essere utili anche qui a Trieste e in relazione a questa Scuola.

Il fatto che a Roma si sia mostrato un popolo così compenetrato di alcuni valori etici e religiosi fondamentali è di conforto. Un popolo ricco in umanità. Hanno fatto tristemente sorridere le interpretazioni che hanno parlato di “prova di muscoli”. Quali muscoli? Quelli delle mamme, dei nonni, dei papà con i figli sulle spalle o dei bimbi in passeggino? Questo serbatoio di umanità vera va protetto e coltivato. Bisogna riprendere una vera e propria formazione cristiana, come abbiamo cercato di fare con la nostra Scuola. Per dare a questo popolo, che così naturalmente ha conservato il vero senso delle cose, gli strumenti di interpretazione e di azione. Concordo quindi con chi ha visto in questa manifestazione una svolta partita dal basso. Ma ne traggo l’invito a organizzare per questo “basso” interventi sistematici di formazione.

Sparisce con ciò la funzione dei Vescovi? Dopo questa iniziativa “dal basso”, il compito del magistero va in secondo piano? Direi proprio di no. I Vescovi hanno il compito di precisare la dottrina, di insegnarla e di farla insegnare, di indicare le mete e di guidare, lungo il percorso, i fedeli sulla giusta strada. Hanno anche il compito di incoraggiare, se riescono essi stessi ad essere coraggiosi. Molti fedeli soffrono quando i loro Vescovi tacciono quando dovrebbero parlare e vanno nelle retrovie quando dovrebbero mettersi a capo e guidare.

Anche a Trieste c’è bisogno di laici direttamente impegnati nella società e nella politica. Di laici formati. Di laici coraggiosi. Che si assumano le proprie responsabilità allo scoperto e con chiarezza. Che ascoltino gli insegnamenti del Vescovo, che traggano forza da una fede vissuta dentro la Chiesa, e che non firmino tregue unilaterali col mondo, perché questo è il vero modo di amarlo.

Concludo queste mie brevi riflessioni assegnandovi un “compito per casa”. Se parteciperete, come spero, anche alla seconda sessione in autunno, avrete concluso il breve percorso di questa Scuola. L’invito che vi faccio è il seguente: cominciate con calma a pensare quale tipo di impegno potreste assumere a quel punto. Un impegno personale, ma anche un impegno come gruppo di partecipanti, o meglio allora come partecipanti a questa scuola. Anche io sto maturando qualche idea al proposito, ma vi invito a riflettere su questo punto e di fornire a tutti noi qualche idea e proposta. Confido molto che da questa scuola esca veramente qualcosa di nuovo a Trieste.

Un’ultima osservazione. C’è una formazione intensiva e c’è anche una formazione continua. Vorrei indicarvi come formazione continua due strumenti. Uno è il settimanale diocesano Vita Nuova, molto sensibile ai temi di Dottrina sociale della Chiesa e che può rappresentare uno strumento valido di autoformazione di confronto. E’ un settimanale dalla linea ben chiara, conforme alle indicazioni che sono emerse da questa Scuola. Un secondo è l’Osservatorio Cardinale Van Thuân, i contenuti del suo sito, le pubblicazioni e il “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa”. Credo che attingendo a questi strumenti e lavorando insieme potremmo far nascere qualcosa di nuovo e di bello.

 

+Giampaolo Crepaldi

 Seminario Vescovile, 25 giugno 2015