Sulla Nota vaticana sui vaccini anti-Covid. Di don Marco Begato

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Continuo a riflettere sulla questione etica dei vaccini e mi rivolgo oggi al parere espresso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, nella “Nota sulla moralità dell’uso di alcuni vaccini anti-Covid-19” (https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_20201221_nota-vaccini-anticovid_it.html).

La Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede

In primo luogo, cerco di presentare per punti i passaggi salienti della Nota. Essa afferma:

  • Che si ispira a studi precedenti (2005, 2008, 2017) i quali “offrono già alcuni criteri generali dirimenti”.
  • Che non si esprime circa “la sicurezza ed efficacia di questi vaccini, pur eticamente rilevanti e necessarie”.
  • Che l’utilizzo degli attuali vaccini anti-Covid è una cooperazione al peccato di aborto, ma precisando che “esistono responsabilità differenziate”.
  • Che nelle circostanze particolari odierne la cooperazione al male è moralmente accettabile. Tali circostanze sono così indicate:
    1. La cooperazione al male è remota.
    2. Non ci sono altri vaccini disponibili.
    3. Si dà un’emergenza sanitaria che risulta “incontenibile” a monte della vaccinazione.
    4. Le vaccinazioni sono “riconosciute come clinicamente sicure ed efficaci”.
  • Che si richiedono alcune indicazioni e condizioni:
    1. Non si deve legittimare nemmeno indirettamente la pratica dell’aborto.
    2. Non si deve dare “in alcun modo un’approvazione morale dell’utilizzo di linee cellulari procedenti da feti abortiti”.
    3. Si chiede alle industrie farmaceutiche di produrre vaccini che “non creino problemi di coscienza, né a gli operatori sanitari, né ai vaccinandi stessi”.
  • Che la vaccinazione non è un obbligo morale
  • Che oltre alla tutela personale bisogna perseguire il Bene comune.
  • Che si può raccomandare la vaccinazione a tutela dei più deboli.
  • Che “coloro che, comunque, per motivi di coscienza, rifiutano i vaccini prodotti con linee cellulari procedenti da feti abortiti, devono adoperarsi per evitare, con altri mezzi profilattici e comportamenti idonei”.

Non entro nel merito della giustezza della Nota e dei suoi rapporti coi documenti precedenti, sia con quelli in essa citati sia con il Magistero di San Giovanni Paolo II, particolarmente quello contenuto in Evangelium Vitae (https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_25031995_evangelium-vitae.html). Mi limito a considerazioni che nascono dal confronto tra le dichiarazioni del testo e la situazione contemporanea.

A mio avviso la Nota riporta una molteplicità di elementi e condizioni, che, se presi nella loro interezza, rendono debole la legittimazione morale del ricorso ai vaccini in questione.

Evidenze scientifiche attorno ai vaccini

Il punto 2, 4d, 8 e 9 sollevano da se stessi notevoli problematiche. I vaccini anti-Covid sono sperimentali e sono di tipo innovativo, al punto che taluni esitano a chiamarli vaccini, proprio perché affatto differenti dai farmaci precedenti tradizionali. Gli attuali vaccini introducono una biotecnologia di altro tipo, i cui sviluppi sono ignoti a tutti. Questo lascia gravemente in sospeso il giudizio scientifico circa sicurezza ed efficacia degli attuali “vaccini”; non offre garanzie dirette nemmeno per i soggetti più deboli (casi di positività e morte occorsi dopo la vaccinazione sono già stati segnalati), né garanzie indirette (che i sanitari vaccinati siano divenuti veicolo di infezione per i propri pazienti è fenomeno purtroppo riscontrato, per limitarci a un possibile evento).

Anche il punto 4c è oggetto di forte dibattito medico scientifico. Un’ipotesi che sta prendendo piede è quella che riconduce la crisi epidemiologica soprattutto a una gestione politica sciagurata, i cui numeri se ben analizzati non giustificano l’allarmismo mediatico, che si sarebbe potuta contenere a patto di una più accorta gestione delle strutture sanitarie, nonché favorendo le molteplici cure domiciliari emerse in questi mesi (e puntualmente ostacolate dalle agenzie governative, senza riscontri scientifici adeguati, e spesso in condizioni di conflitto di interessi documentato). In tale direzione si sono espressi medici e studiosi di indubbio valore scientifico, sebbene di scarso impatto politico.

Anche il dibattito attorno ai mezzi profilattici e agli atteggiamenti idonei non è approdato a un giudizio definitivo (punto 9). Con l’aggravante che gli stessi vaccinati non sono stati mai esonerati da quei mezzi e da quegli atteggiamenti.

Al netto di tutto, la Nota ci pone quindi di fronte a un grave dilemma di coscienza, che andrebbe risolto in favore di un’opzione moralmente impegnativa sulla base di una ricostruzione scientificamente discutibile (di fatto discussa).

Salute personale e bene comune

Relativamente al punto 7, non dimentichiamo cosa si intenda per Bene comune.

“Secondo una prima e vasta accezione, per bene comune s’intende ‘l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente’” … “Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l’agire morale del singolo si realizza nel compiere il bene, così l’agire sociale giunge a pienezza realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale”. (Compendio di Dottrina Sociale della Chiesa, 164)

Il Bene comune si riferisce al raggiungimento della propria perfezione, cui i cittadini sono guidati come comunità. Ora, la perfezione cui tendono i cristiani non è la perfezione fisica e mondana. Se così fosse, sarebbe più plausibile che la vaccinazione di massa divenisse un imperativo, e la cooperazione a qualsivoglia forma di bioingegneria sarebbe non solo giustificata, bensì incoraggiata. La perfezione del cristiano concerne piuttosto la promozione integrale dell’individuo, in costante rapporto con la propria comunità, per l’elevazione soprannaturale degli spiriti. In tale ottica, la salute è un prerequisito importante, ma mai assoluto.

Ma allora, in prospettiva pienamente cristiana, nel contesto attuale potrebbe risultare imprudente e ingenuo ridurre la sfida del Bene comune alla gestione sanitaria. E questo va detto, tenendo conto la notevole tensione che l’emergenza Covid ha generato a livello politico, mediatico, religioso. Non si è trattato di una semplice epidemia, ma di un periodo di rivoluzione ideologica, edificato sulla crisi epidemiologica. Se è così, se questa epidemia è stata usata come strumento politico a danno dei cittadini (ahinoi, con annesse vittime sacrificali: i morti a causa del virus), gioverebbe al vero Bene comune cercare risorse sanitarie alternative ai vaccini, distanziarsi dal conformismo medicale e opporsi alla lezione ideologica dei mainstream media. In sintesi, proprio l’anelito al Bene comune mette in fuga qualsivoglia imperativo morale circa il dovere di vaccinarsi. Forzare le persone a una vaccinazione che darebbe rinforzo al clima ideologico vigente, forse aiuterebbe a contenere la crisi sanitaria, ma di certo comprometterebbe il Bene comune in senso integrale, morale e spirituale, basato sulla libertà e sulla verità e sui giusti rapporti tra i soggetti che compongono la Società e lo Stato.

Che poi, se proprio vogliamo intendere il Bene comune solo come bene della salute dei popoli, valgono comunque le sottolineature già presentate nei paragrafi precedenti: l’ignoranza scientifica circa l’esito di una vaccinazione di massa sperimentale e basata su tecnologie ignote è tale che potremmo assistere a un relativo arrestamento del virus nel breve termine, con un moltiplicarsi di fattori avversi nel medio e lungo periodo. È questa una strada moralmente neutra, doverosa o imprudente? La Nota non ne tratta, lascio a voi il responso.

Un’impressione soggettiva e un’evidenza oggettiva

Vengo a un rilievo conclusivo. Esso si compone di una impressione soggettiva interna al documento presentato e di una evidenza oggettiva esterna al medesimo. Infine farò mia un’istanza pervenuta da gruppi pro-life addentro al tema trattato.

L’impressione soggettiva è che il documento, a fronte di una rigorosa stratificazione degli elementi teoretici implicati nell’indagine, tenda a spostare il giudizio del lettore verso l’ammissibilità del ricorso ai vaccini. Ad alimentare questa impressione hanno concorso: l’assenza dei distinguo medico-scientifici, che io ho provato ad accennare; l’insistenza circa la convenienza della vaccinazione a pro del bene comune, che a mio avviso è stato inteso in modo solo parziale; la sobrietà delle dichiarazioni contrarie al prosieguo di sperimentazioni sulle linee cellulari derivate da aborti (secche, puntuali, sicure, ma forse formulate in modo poco robusto e poco incisivo, dunque politicamente poco efficace). Queste righe però danno voce a una impressione soggettiva, per cui potrebbero essere del tutto inconsistenti.

L’evidenza oggettiva è l’assenza di interventi del Magistero in cui i Pastori accompagnassero la pubblicazione della Nota della CDF con spiegazioni, esemplificazioni e istruzioni adeguate alla comprensione e alla guida del popolo cristiano. Per contro abbiamo avuto alcuni Pastori che hanno incoraggiato la vaccinazione, senz’altro aggiungere. Inoltre nella triste stagione delle chiese chiuse e dei riti compromessi, sono stati aperti oratori e spazi parrocchiali adibiti ad uso sanitario e vaccinale.

Abbiamo dunque un documento estremamente equilibrato (forse troppo?), che si presta a interpretazioni pro-vaccinali, accompagnato da una prassi assolutamente pro-vaccinale. Questo, scrivevo in un precedente intervento, non ha certo giovato ad uno schieramento culturalmente robusto dei cattolici di fronte alla gravissima sfida che si è posta loro dinanzi.

L’appello di 100 donne

L’istanza etica ha capitolato di fronte all’urgenza sanitaria. Il timore è che con quella capitolino anche i temi non negoziabili citati nella Nota: il ricorso all’aborto e l’uso di aborti per la ricerca di laboratorio.

Milioni di persone vaccinate, che si sentono protette e giustificate in questo cooperare remotamente all’aborto, in che modo matureranno istanze anti-abortiste verso il futuro? In un futuro segnato dall’allerta di altre pandemie – come affermato da importanti politici e influencer sanitari – è realistico pensare che la gente si opporrà alla ricerca spregiudicata di laboratorio? O non inizierà a pretenderla, animata dal desiderio di cure sempre maggiori, sempre più veloci e disponibili?

Queste preoccupazioni ci rimandano a un ultimo e concreto aspetto della questione: la natura delle pratiche abortive e laboratoriali connesse alla produzione di linee cellulari fetali. A ciò ha fatto riferimento l’appello del marzo scorso.

L’8 marzo 2021 un gruppo internazionale di cento donne ha pubblicato una lettera di appello (https://edwardpentin.co.uk/women-doctors-pro-life-activists-call-for-resistance-to-abortion-tainted-vaccines/), che fa eco alla posizione della CDF, nella quale viene sostanzialmente affermata una tesi: la realtà delle pratiche di laboratorio è in sé più grave e complicata di quella richiamata dalla CDF; non si tratta di interrogarsi circa la cooperazione a uno o due aborti avvenuti 50 anni fa, ma circa la cooperazione con un mercato di aborti in continua crescita; un mercato che comprende vivisezioni di feti indotti a nascere prematuramente. A partire da simili rilievi, di ordine anzitutto scientifico, gli estensori dell’appello chiedono la revisione della posizione espressa dalla Congregazione vaticana: “We humbly suggest that such statements, including some official ones issued by bishops and even the Vatican, are based on an incomplete assessment of the science of vaccination and immunology, and beg such proponents to reevaluate their statements”.

Concludendo, per ognuna delle prospettive toccate dalla CDF la realtà attuale sembra ben più complicata e problematica di quanto prospettato nella Nota vaticana. Possiamo continuare a parlare di legittimità morale? Se sì, possiamo ancora limitarci a dire solo questo?

don Marco Begato