Vaccini agli adolescenti e patria potestà. La gamba tesa del Comitato di Bioetica.

[Secondo articolo di due. Il precedente intervento di Paolo Piro QUI]

 

Il 19 luglio, il Comitato Nazionale di Bioetica ha reso pubblico un suo parere sulla vaccinazione dei minori dal titolo “Vaccini e adolescenti”, nel quale si è sostenuto che il minorenne adolescente ha diritto a vaccinarsi, se lo vuole, anche contro il parere dei genitori, come del resto anche il contrario, ossia a non vaccinarsi nel caso i genitori invece lo volessero. Questo parere assegna quindi al minore un diritto di autodeterminazione assoluta nel caso vaccini e annulla la cosiddetta patria potestà. La cosa presenta aspetti giuridici e morali, ma anche politici ed è su questi ultimi che ci intratteniamo con qualche considerazione dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. La bioetica, quando diventa biopolitica, entra in rapporto di dipendenza dalla Dottrina sociale della Chiesa, perché i principi per il governo della comunità politica vengono dalla Dottrina sociale e non dalla bioetica.

Nel caso in questione va innanzitutto notato che non spetta allo Stato decidere sul rapporto tra i minori e la patria potestà. Il Comitato Nazionale di Bioetica non è lo Stato, questo è evidente, però rimane che i suoi pareri sono indirizzati a fornire valutazioni al potere politico. Ora, la questione della patria potestà non fa capo dello Stato perché lo precede. L’autorità politica non è l’unico tipo di autorità, né è una autorità assoluta e originaria. L’autorità familiare – appunto la patria potestà – è anch’essa una vera e propria autorità, precedente lo Stato. Qui bisogna fare attenzione ai termini che si adoperano. La famiglia è originaria in quanto società naturale. Anche la comunità politica è originaria in quanto società naturale. Né la famiglia viene prima della comunità politica, né la comunità politica viene prima della famiglia. Sono realtà co-originarie e non dipendono l’una dall’altra. Cosa diversa deve invece dirsi per lo Stato. È un grave errore identificate Stato e comunità politica. Lo Stato è solo uno strumento a servizio della comunità politica (e della famiglia, data la co-originarietà tra le due). Per questi motivi lo Stato non ha il potere di modificare a suo piacimento né le strutture naturali della famiglia, né le strutture naturali della comunità politica. Non ha nemmeno il potere di convalidarle o confermarle tramite un proprio decreto: né la famiglia né la comunità politica sono tali per decisione (o concessione) dello Stato.

Se fosse valido il parere del Comitato Nazionale di Bioetica, sarebbe lo Stato a legittimare la patria potestà e sarebbe sempre lo Stato a decidere se nella situazione vaccinale la patria potestà possa essere trascurata e invece vada assegnata una specie di autodeterminazione al minore.

La famiglia è una società naturale e l’autorità dei genitori è un suo elemento costitutivo. Una società o comunità naturale è tale perché i suoi membri perseguono un unico fine che consiste nel bene comune di quella società naturale. L’autorità è assolutamente necessaria per ordinare i componenti al fine comune e, così facendo, garantire l’unità della società naturale contro la dispersione. Il fine è un ordine, non esiste ordine se non c’è un ordinatore, l’autorità è questo ordinatore che ordina al fine. Indebolire o demolire la patria potestà vuol dire allora indebolire o demolire la famiglia. L’errore del parere del Comitato è quindi doppio: viene suggerito un certo comportamento ad un soggetto – lo Stato – che non è idoneo ad attuarlo, e la conseguenza di tale comportamento sarebbe l’indebolimento dell’autorità familiare, un nuovo indebolimento di cui non si sente proprio alcun bisogno data la situazione in cui versa ormai la famiglia, soprattutto proprio a causa di interventi di biopolitica innaturali.

A queste osservazioni si può però opporre una contestazione. Ammettiamo il caso in cui la ragazza minore incinta non voglia abortire mentre i genitori la spingano a farlo. In questo caso la ragazza farebbe bene a non seguire le indicazioni della patria potestà. Decidere di autodeterminarsi in questo caso sarebbe quindi un bene, perché diretto ad una azione buona nel rispetto della legge morale naturale. Questo caso – ci si può chiedere – è sullo stesso piano della decisione da prendere in ordine alla vaccinazione? La risposta è no. Nessuna autorità è assoluta, ossia sciolta da legami verso qualcosa di superiore. Ciò vale anche per l’autorità dei genitori nella famiglia. La patria potestà non è una sacra potestà. Essi non godono dell’autorità di far fare qualsiasi cosa ai figli minorenni, ma solo ciò che è bene. La legge morale naturale (e divina) è superiore anche all’autorità dei genitori. Se costoro la disattendono, il minore ha il dovere di seguire la legge del bene e non quella dei genitori. In questo caso, però, non si tratterebbe di autodeterminazione nel senso moderno del termine. Non si può dire che Socrate e Antigone abbiano esercitato un diritto di autodeterminazione come oggi lo si intende. Autodeterminarsi oggi vuol dire volere qualcosa solo perché lo si vuole, per una sorta di coerenza con se stessi, qualsiasi contenuto questa coerenza abbia. Ma il minore che decide di seguire il bene come qualcosa di superiore anche alle indicazioni dei suoi genitori, non si autodetermina in questo senso, ma nel porsi appunto al servizio di un bene superiore e indisponibile sia ai suoi genitori che a se stesso.

Ma perché – ci si può infine chiedere – la situazione del minore davanti al vaccino non è uguale alla situazione del minore davanti all’aborto? La risposta mi sembra la seguente: perché nel primo caso non si è posti davanti ad una azione che assolutamente e in qualsiasi circostanza è ingiusta, mentre nel secondo caso sì. La scelta di vaccinarsi non è obbligante come la scelta di non abortire. Nel primo caso si è di fonte ad un bene da valutare in situazione, quindi incerto e discutibile, nel secondo caso si è davanti ad un male che non si deve mai fare.

Stefano Fontana